vania 13 Febbraio 2019
giornali

«La situazione è grave, ma non seria» direbbe lo scrittore giornalista Ennio Flaiano, uomo dai lapidari aforismi. La sua ironia di allora lambisce il caso Sanremo 2019 con contemporaneità perfino divertente. Se si trattasse di vincitori e vinti verosimilmente la sollevazione popolare non pungerebbe con tanta ostilità, ma c’è quell’indizio labile di immoralità artistica, quel sospetto implacabile di intromissione mediatica, quella sensazione di controllo elettivo che lascia inquieti.

Il caso

Cosa è accaduto sul palco di Sanremo 2019? La vittoria è andata a un giovane cantante milanese di nome Mahmood (il padre è egiziano). La regia Rai aveva mostrato le percentuali di voti attribuiti ai finalisti in lotta per il primo posto: Mahmood al 14%, Ultimo il 47% e Il Volo il 39%. Poco dopo però le cose cambiano: Mahmood vince con il 38,9%, Ultimo arriva secondo con il 35,6% e il Volo terzi con il 25,5%. È subito giallo. Pubblico – in sala e sui social – insorge, perché a ribaltare le votazioni ci hanno pensato la sala stampa – qualcuno dirà la più agguerrita degli ultimi anni – e la Giuria composta dal regista Ferzan Ozpetek, dalla conduttrice Serena Dandini, dal giornalista Beppe Severgnini, da Camila Raznovic, da Claudia Pandolfi e da Joe Bastianich, capitanati da Mauro Pagani; un aggregato di votanti che qualcuno ha definito “mancino”.

Il quarto potere

Da lì in poi è stato facile il consumarsi del “fattaccio”. Suonano un po’ strane, è proprio il caso di dirlo, alcune dichiarazioni di esponenti politici, come quella che riporta l’avvocato Gianfranco Amato sulla sua pagina Facebook, riferendo che un “componente della direzione regionale del PD” avrebbe scritto che la vittoria del giovane italo-arabo sarebbe stato «il goal decisivo» nella disputa tra Salvini e Baglioni sulla questione dei migranti, attribuendo all’esultanza dei giornalisti radunati a Sanremo una consapevolezza che andrebbe ben al di là delle canzoni, degli artisti e della manifestazione in sé.

Perché il giovane Mahmood sarebbe stato scelto dalla stampa, e dalla Giuria, a dispetto dei voti del pubblico? La domanda risuona inevitabilmente, e rimbalza da una parte all’altra dell’universo mediatico, virtuale e reale. Un golpe contro la volontà popolare attuato da quella politica sostenuta da certa stampa? Un potere esecutivo che soppianta tutto il resto? O una canzone meritevole?

Dalla realtà al romanzo
La Chiave di Auberon
La Chiave di Auberon – Vania Russo – La trilogia dell’Inquisitore

«Che ci fai davanti al computer alle due e mezza di notte?»

«Sto scrivendo il pezzo sul parcheggio dell’ospedale».

«Lavori solo sotto ispirazione?»

«Non riuscivo a dormire».

Un verso simile a uno sbadiglio giunse dal lettino dell’altro. Matteo riprese a scrivere, per interrompersi prima del finale, dandosi il tempo di leggere le email e visitare tutti i siti che lo riguardavano. Girò anche la Rete a caccia di notizie sul caso Vannelli e trovò di tutto, perfino che il capitano poteva essere stato tradito da qualche collega invidioso. C’era anche il riferimento a lui: un uomo che accompagnava il carabiniere quella sera, probabilmente il blogger Matt Ruggeri e, tra l’altro, vi erano illazioni di ogni tipo, compresa una loro presunta relazione sentimentale.

«Che stronzi».

A quelle parole, Christian, che si era riappisolato, si scosse di nuovo.

«Di chi parli?»

La voce era impastata di sonno.

«Di certi giornalisti».

«Diffamazioni?»

«Chiamiamole pure stronzate».

«È una tattica tipica degli Illuminati».

«Sì, lo so. Il nome di Emma Osti ed Ermes Ruggeri è talmente infangato che si dovrà scavare per anni per rimuovere gli strati, ma non capisco perché insinuare certe cose su me e Vannelli».

«I tuoi articoli hanno valore perché sei un influencer molto noto e apprezzato nella Rete, hai migliaia di follower nei vari social, per cui ciò che scrivi ha un peso, e il peso delle parole è supremo», sbadigliò così che il concetto uscì deformato. «È un distillato di supremazia. La contrapposizione tra informazione e manipolazione delle masse è il quarto potere. I mezzi di comunicazione rimangono genuini solo se separati dagli altri tre poteri dello Stato. Ho bisogno di dormire, di dormire…»

«Orwelliano», commentò Matteo.

«Orwell è arrivato dopo. La letteratura è sempre riflesso dei tempi».

[Tratto da: La Chiave di Auberon di Vania Russo – Trilogia dell’Inquisitore]

Questione di democrazia

I grandi registi come Capra e Wells si sono interrogati proprio sul potere della stampa, sulla forza delle parole, su come il dibattito democratico si ritrovi a ruotare attorno a un qualcosa che non può rappresentarlo, perché, non si può dubitarne, c’è un controllo, espresso in una modalità più o meno intuibile ed esplicita di manipolazione della notizia. Una verità scomoda, soprattutto quando scopriamo – o riscopriamo – quanto essa sia banale. E forse Sanremo, dimenticando che sono solo «canzonette», ce lo ha fatto riscoprire ancora una volta.

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