vania 10 Ottobre 2019
Graziano Turrini

Veronese, classe ‘60, Graziano Turrini è, come dichiara lui stesso, un grande viaggiatore e questa è probabilmente la chiave della sua scrittura, dei suoi romanzi. Pubblicati con Panda Edizioni, Di sangue e di sogno (2014), La maledizione del primogenito (2015) e Veleni (2017) sono infatti radicati in un fitto e profondo interesse per il sociale e per l’inchiesta, collegando spesso Italia e America Latina. Una sorta di rielaborazione investigativa, una denuncia coraggiosa, un intento forte, non così comune nella narrativa di oggi, in cui le storie sembrano più accordarsi a ciò che i lettori vogliono sentirsi raccontare, piuttosto che a svelare ciò che, forse, non amano sentirsi dire. In questa breve intervista, Graziano Turrini, «amico di penna», svela i motivi, i temi, la forza delle sue storie.

Quando hai capito che saresti diventato scrittore?

Sinceramente mai. Ancora adesso mi sembra impossibile essere riuscito a pubblicare tre romanzi (più qualche racconto per Sensoinverso Edizioni). È comunque sempre stato un mio sogno fin da quando, una trentina d’anni fa, scrivevo racconti (e articoli di cronaca) per un periodico locale. Poi le vicende della vita mi hanno portato, per un lungo periodo, ad abbandonare la scrittura finché un quattro o cinque anni fa, su sollecitazione delle persone che mi sono più care, ho ripreso in mano la penna cominciando a raccontare, innestandole su fatti reali, alcune vicende romanzesche.

Che lavoro fai nella vita, e come fai a conciliarlo con la passione per la scrittura?

Graziano Turrini durante un incontro con i lettori

Terminata l’Università (Filosofia a indirizzo storico) ho tentato l’ingresso nel mondo della scuola in un periodo in cui di concorsi non si vedeva nemmeno l’ombra. Per un paio d’anni sono entrato nel mondo degli adulti attraverso supplenze d’insegnamento, lavorando come operaio stagionale nelle fabbriche dolciarie del Veronese o facendo altri lavoretti. Finché un giorno, a 28 anni, per una serie fortuita di circostanze sono risultato vincitore di un concorso per un posto da impiegato presso una grande azienda di trasporto, le Ferrovie dello Stato: era il famoso posto fisso del Quo vado? di Checco Zalone! Per me, che fino a quel momento avevo fatto l’operaio, il muratore, l’idraulico, il guardiano di capre, il contadino, l’insegnante precario era il classico colpo di fortuna, al quale non potevo rinunciare. Anche perché, come mi resi conto in seguito, questo lavoro (e le favorevoli condizioni contrattuali) mi consentiva di accumulare ferie e fare lunghi e ripetuti viaggi (Africa: Togo, Benin e Burkina Faso. America Latina: Nicaragua, Messico, Costarica, Guatemala, Belize, Colombia, Ecuador, Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) dando così sfogo alla mia seconda grande passione: viaggiare per conoscere luoghi, genti e culture diverse e creando così un fertile terreno dal quale potei in seguito in seguito “pescare” per far nascere le storie che racconto.

Perché hai scelto di occuparti con tanta passione di tematiche socio politiche e perfino di inchiesta chimico farmaceutica?

Ci ho pensato, davvero, e più di una volta, ma senza riuscire a darmi una spiegazione convincente. Perché parlo del massacro di Srebrenica, del razzismo verso i Rom, dei veleni in Amazzonia … e non, ad esempio, della storia d’amore tra Totti e Ilary, delle nozze di Briatore o di qualche altro vip che, sicuramente, ai fini delle vendite di un libro, “tirerebbero” molto di più? Credo sia un questione di carattere, oltre che di interessi personali: carattere che mi porta a prendermi un anno di aspettativa dal lavoro per andare a fare il volontario in uno sperduto paesino centramericano, oppure che mi porta a fondare una ONLUS (Associazione Progetto Luciano America Latina) per costruire scuole, ospedali e pozzi in Paesi devastati dalla guerra e dalla miseria o, infine, che mi spinge in piazza a manifestare contro il nucleare, la caccia, i pesticidi in agricoltura, … Di una cosa sono convinto: la nostra presenza su questo pianeta è talmente breve che sarebbe un peccato sprecarla senza aver almeno tentato di migliorare le condizioni di vita nostre e degli altri esseri viventi. E la scrittura, in questa battaglia, è una buona arma.

Qual è il confine tra la verità e la fiction?

Lo spunto per la scrittura parte sempre, per me, da un qualcosa di reale che mi ha incuriosito, sdegnato, colpito. Poi, attorno, costruisco la trama del romanzo cercando di non perdere mai l’obiettivo che mi sono prefissato: la denuncia di un fatto che io ritengo grave e che del quale, solitamente, non si parla o lo si fa in maniera distorta (fatto ancora più grave). In questa costruzione romanzata la parte del leone viene fatta dai personaggi: alcuni di loro sono reali (nel senso che sono realmente esistiti e/o esistono ancora) altri, invece, sono frutto della mia fantasia e servono esclusivamente a rafforzare alcuni aspetti della storia. Non è difficile capire quanto, in questa situazione, il lavoro dello scrittore/romanziere sia di equilibrio estremamente instabile, dovendo conciliare le prerogative di un’inchiesta giornalistica con una trama/sviluppo di tipo letterario.

Quanto è stato difficile inserire in una trama narrativa la tua esperienza diretta di vita?

Questa è la domanda che spesso mi viene rivolta con riferimento al mio primo romanzo, Di sangue e di sogno, in cui viene raccontata la storia di un gruppo di ragazzi che, impegnati socialmente in Italia, partono come volontari per il Nicaragua – a quel tempo ancora sotto attacco della CIA – per dare una mano nella campagna di raccolta del caffè (essendo tutti gli uomini in età adulta impegnati nella guerra sporca finanziata dagli USA). Devo però assolutamente smentire chi volesse vedere una qualche forma di autobiografia in tutto questo, perché le somiglianze con la mia esperienza di vita si fermano lì. Anzi, il protagonista è quanto di più lontano da me: Luciano è un abile meccanico mentre io non riesco nemmeno a svitare una lampadina, Luciano è un esperto di armi mentre io non ho nemmeno fatto il militare, Luciano è partito come raccoglitore di caffè mentre io in Nicaragua mi occupavo di finanziamenti ai campesinos. Di sicuro, invece, quell’anno passato nella foresta nicaraguense mi è servito moltissimo per capire meglio cosa stesse succedendo, di comprendere quella realtà di prima mano, di conoscere un sacco di gente che della miseria, dell’orgoglio e dell’onore ne hanno fatto una ragione di vita. Spero di essere riuscito, nel mio romanzo, a trasmettere tutto questo.

Parlando di inchieste narrative e giornalistiche, come ben sai ancora oggi in paesi come il Messico vengono uccisi molti giornalisti perché si interessano dei grossi cartelli della droga o perché indagano a livello politico dove non dovrebbero. Come è possibile che in America Latina non vi sia protezione per chi fa informazione? Chi comanda davvero?

Nove Cordobas costava, qualche anno fa, una pallottola in Nicaragua. Ed era il valore che si dava a una vita umana. Quando il valore è così basso mentre gli interessi in gioco sono spaventosamente alti, come possiamo stupirci che il dissenso (cioè la presa di posizione verso la loro idea di progresso, il progresso delle multinazionali) venga represso nel sangue? Si troverà sempre qualche disperato che, in cambio di una manciata di dollari, farà il lavoro sporco, cioè l’eliminazione fisica del dissenso. Penso che la droga sia solo un aspetto di questa situazione. Il problema di fondo è rappresentato dalle multinazionali e dalla loro gestione a livello mondiale dell’economia: finché non saremo in grado di tornare a un’economia “umana” di piccole dimensioni, difficilmente riusciremo a uscire da questa spirale di violenza.

Quali progetti hai per il tuo futuro di scrittore?

Essendo un amante del romanzo giallo (poliziesco o meno), dove i personaggi fanno parte di una serie (come Montalbano per Camilleri, Schiavone per Manzini, e tutti gli altri – italiani o stranieri – che non sto qui a citare), ecco, mi piacerebbe – sempre restando sul genere – creare dei personaggi seriali amati dai lettori che periodicamente ritornino con le loro storie.

 

 

 

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