vania 16 Settembre 2016
Eccomi
Eccomi

Eccomi di Safran Foer (Here I am nella versione originale) già spopola nelle vetrine dei negozi di mezzo mondo. Nemmeno scritto già “pluritradotto” anzi in Italia è arrivato prima che in patria. La fascetta che invita all’acquisto, rossa sulla copertina gialla essenziale, quasi didascalica, lo annuncia come libro attesissimo dopo dieci anni di silenzio del grande autore, ammetto la mia estrema ignoranza, ma di Jonathan Safran non avevo mai sentito parlare, colpa mia, senza dubbio. La domanda che è sorta spontanea, almeno per quanto mi riguarda, è stata: ma chi lo aspettava questo libro?

Idolo dei vegani (e vegetariano lui stesso) dopo aver scritto il saggio Se niente importa dedicato al “massacro” degli animali da allevamento [Che altro sarebbe la scelta vegetariana nella nostra società se non un impegno, una resistenza attiva davanti a un mercato fiorente di carni, macelli, cibi veloci, sofferenze distribuite su scaffali come grasso colato?], decide di tornare alla narrativa con un romanzo che racconta la storia di una famiglia jewish di New York, con le sue tensioni e i suoi dilemmi, che conducono inevitabilmente allo sfascio: un amore che pian piano diventa indifferenza.

“Eccomi” (Hinneni in ebraico) è una delle parole ebraiche per eccellenza, è una parola sacra, indica il rapporto con Dio perché è la risposta dei Patriarchi, di Abramo in primis, ma poi anche di Mosé. È una parola carica di storia e densa di significati e Safran Foer la sceglie non a caso come titolo del suo romanzo.
Però Eccomi implica anche accettazione, sacrificio, rinuncia dei propri desideri in favore della volontà di un altro, per gli ebrei, di Dio, di Colui che li ha chiamati a essere il suo Popolo, il Popolo eletto.
Un carico pesante, un fardello che può anche schiacciare e il senso di soffocamento è una delle caratteristiche di questo romanzo. È un testo che pesa, anche per la mole. Nella versione italiana sono 666 pagine, un numero che è un caso? Biblicamente è il numero di chi rifiuta Dio, della Bestia contrapposto al 777 il numero della Perfezione.
Altro dato, la smania, la smania di essere altro, di vedere oltre, di risolvere il senso del perduto. È come se i protagonisti del romanzo avessero paura di scegliere la realtà perché rischiano di perdere altro, una realtà che non esiste, se non nel desiderio che li muove e alla fine falliscono su tutta la linea, come se non fosse possibile per il protagonista, in particolare, essere padre, marito, cittadino ed ebreo.

Tuttavia, nonostante queste premesse che rischiavano di fare di Eccomi un libro intenso e coinvolgente, pulsante e dinamico, a mio avviso Safran Foer pecca di stile, inceppandosi su una smania di  dialogo compulsiva. Lui stesso ammette di non averne mai usato tanto dialogo prima e forse avrebbe fatto meglio a non esagerare nemmeno questa volta. Da consumato docente di scrittura creativa, sembra voler concretizzare i classici motti della creatività americana: show don’t tell è il jingle preferito dai docenti di scrittura made in USA.

Non mostrare chi è il personaggio, non descriverlo, ma renderlo presente in ciò che fa. Safran Foer esagera sotto questo aspetto, limitando le descrizioni a barlumi, facendole desiderare come fossero acqua nel deserto. Per far comprendere la psicologia dei personaggi usa pagine e pagine di dialoghi che diventano delle maratone estenuanti, senza respiro. Perfino tra una battuta e l’altra di dialogo evita gli attributivi (disse, urlò, ripeté con rabbia), e perfino un fece silenzio diventa uno sterile e asettico tre punti tra virgolette.

E poi le astute descrizioni di autoerotismo (quanto a questo le descrizioni infatti non mancano) ormai immancabili oggi, come se il pudore, anche nello scrivere, fosse la vera perversione. Così si palesa in Eccomi un altro tormentone della scrittura creativa americana, il lavoro sui filtri sociali e culturali della narrativa. Oppure semplicemente perché certe cose fanno schizzare le vendite e questo è difficile negarlo, siamo sotto l’egida delle sfumature a colore, improbabile sfuggire alla dittatura dell’erotismo narrativo e nemmeno Foer ci riesce, con tutto il suo talento, il mercato è mercato.
La prima pagina inchioda a uno stile perfetto, andando avanti ci si perde in faccende inutili. È vero ci sono dei guizzi d’autore, ma anche delle cadute di stile impressionanti. Le sperimentazioni linguistiche fanno pensare a un maxi laboratorio di scrittura nel quale siamo invitati e cogliere la grandezza tecnica dell’autore, innegabile, ma la narrativa non è solo tecnica. Tutto sommato, eliminando qualche inutile digressione, di pagine ne bastavano anche 333.

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