vania 14 Marzo 2017
Il mistero delle piccole case editriciIl mercato del libro italiano torna ufficialmente a crescere dopo quattro anni di crisi profonda. I dati riguardano le vendite complessive, i canali trade, il numero di lettori, i titoli pubblicati, gli e-book e le loro “manifestazioni”.
Il dato emerge dal Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2016, pubblicato sul sito dell’AIE, l’Associazione Italiana Editori.
Il target in crescita maggiore, manco a dirlo ovviamente, sono i giovani con romanzi dedicati ai nuovi generi che spopolano tra gli adolescenti, ormai sempre meno adatti agli adolescenti, ma parecchio ammiccanti.
E le case editrici?
Sono 4.608 le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,1% rispetto al 2014). In leggera crescita quelle che pubblicano tra 10 e 60 titoli l’anno (1.005). Quanti libri? Una bella cifra: 65mila i nuovi titoli su carta nel 2016, cui si aggiungono 63mila ebook: aumentano le tirature, anche “digitali”. Il digitale oggi rappresenta l’11% del mercato e vale circa 279 milioni di euro. Le donne leggono più degli uomini e quelli che leggono di meno sono manager e direttori di azienda (forse perché hanno meno tempo?).
Dunque, non è vero che in Italia si legge sempre meno, anzi, i lettori aumentano, con differenze regione per regione e nonostante questo i libri venduti sono per lo più appannaggio delle grosse catene (Feltrinelli, Mondadori etc) e poco o niente rimane alle piccole case editrici che non hanno la stessa “potenza di fuoco”, non possono curare nello stesso modo i libri (gli editor e i correttori bozze costano) e non possono distribuire i libri a catalogo con la stessa capillarità.

Insomma, l’editoria cresce, ma troppo poco e nonostante questo le nuove piccole case editrici spuntano come funghi. Come mai? La maggioranza ha in catalogo pochi titoli o non pubblica per niente (o pubblica solo in digitale), quelle che pubblicano con regolarità si dividono una quota di mercato molto piccola.

Quali sono le tirature medie di una piccola casa editrice?
1000 copie ad andar bene, 500 in media, quasi sempre un 200 copie, delle quali lo stesso autore compra una parte per la distribuzione (a un piccolo editore basta vendere tra le 200 e le 300 copie per recuperare le spese). Pochi autori riescono a esaurire una tiratura superiore alle 200 copie. Secondo statistiche di qualche anno fa 6 romanzi su 10 tra quelli pubblicati dai piccoli editori non arrivano a vendere 100 copie, e qualche volta nemmeno una copia viene piazzata in libreria; in pratica vengono distribuite solo le copie che l’autore stesso riesce a piazzare.

Dunque i grandi best sellers concentrano l’80% delle vendite, mentre gli altri si dividono la fetta di mercato rimanente.  Come fanno allora queste piccole case editrici a sopravvivere? Perché molte pubblicano in co-produzione con gli autori; altre vivono sui libri distribuiti dagli scrittori; spesso un titolo vende perché l’autore è bravo nel personal branding più che nello scrivere (per questo oggi il mercato è invaso da una quantità preoccupante di pessimi libri, in vetta alle classifiche di vendita).

Alla fin fine la differenza potrebbero farla proprio gli autori, cercando di auto-valutare il proprio lavoro, prima di proporlo a una casa editrice. Non tutto ciò che viene scritto deve per forza essere pubblicato; di contro, più è alto il livello di professionalità dello scrittore e di chi si prende cura del manoscritto e più si è certi di poter contare su qualcuno che non usa i libri solo per guadagnare, ma per fare cultura (nel senso più ampio applicabile alla parola), per scrivere davvero e non solo riempire pagine bianche, il che, in fin dei conti, non guasta.

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