vania 28 Agosto 2018

«Guardate quell’uomo» è il tuffo di ingresso ne Le acque del nord  di Ian McGuire (Einaudi, 2018), uno scrittore intelligente, con solida formazione e uno stile che occhieggia ai Maestri della letteratura americana, li chiama in causa, li rende presenti. Già l’incipit rimanda inevitabilmente al capolavoro di Melville, al suo «Chiamatemi Ismaele». Così dalle prime parole sappiamo che avremo a che fare con ciurme maledette, capitani scoraggiati, ramponieri inumani, anzi, disumanizzati per poter sopravvivere all’inferno di ghiaccio delle acque del nord. Ian McGuire non ha paura di imbarcarsi in un’avventura difficile, non mostra reticenza nel dover raccogliere l’eredità del romanzo – Moby Dick – da cui è probabilmente scaturita – paradossalmente a ondate – tutta la letteratura americana. Il legame – chiamiamola pure intima somiglianza – è talmente subdolo e impressionante tra i due racconti da alimentare la sensazione che senza Melville non ci sarebbe stato McGuire.

E poi ci sono le visioni, l’onirismo puro alla McCarthy, la perdita della coscienza, il bagliore autorevole del miraggio, l’incongruenza dell’esistenza, l’ineffabilità degli spettri, il respiro della morte – la morte è sempre al fianco dei protagonisti, sussurrante e gelida – e qualcosa di pop che in Melville non c’è, ma che echeggia nel Meridiano di sangue, che intinge nella violenza, ma con eleganza, in McGuire non c’è eleganza nell’atto violento. Il giudice Holden «glabro ed enorme» di McCarthy ricorda l’infernale ramponiere Henry Drax di Ian McGuire «rivestito di pelliccia scura, muscoloso» ma demoniaco, come Holden, artefice di un male inspiegabile. Ma il villain Henry fa forse il verso (a questo punto sarebbe lecito pensarlo) anche a sir Hugo Drax, antagonista principale di James Bond in alcuni romanzi di Flaming. Tornando al paragone tra frontiere immaginarie (e immaginifiche) e baleniere dannate, i cattivi di Meridiano di sangue sono «mosche che si adagiano come acqua, liquide, sul corpo dei cadaveri» in Le acque del nord sono «abitanti corrotti di un borgo lercio e depravato» sono i marinai delle baleniere, puttanieri, assassini e degradati; personaggi molto caratterizzati, tipici della letteratura popolare e pulp.

1859. Patrick Sumner, un ex medico militare, un irlandese con un passato macchiato da rossi sensi di colpa, si imbarca sulla baleniera Volunteer che salpa dalla Scozia; nave dannata da un equipaggio di uomini ferini, selvatici, guidati da Brownlee, un capitano marchiato – come Achab – dal fallimento. Fin da subito l’aria si fa irrespirabile e precipita nell’abominio con il ritrovamento del cadavere brutalizzato di un giovane mozzo.  Sumner inizierà un’indagine che lo porterà, suo malgrado, nel ventre algido del pack nordico, ad affrontare il nemico per eccellenza: quello che regna nel cuore dell’uomo.

Qualche caduta di trama c’è: l’iceberg che sfascia la nave, un errore sul braccio ferito di Henry Drax, ed elementi narrativi non proprio innovativi, basti pensare al protagonista Sumner che trova rifugio ai gelidi respiri del nord polare accucciandosi nella carcassa eviscerata di un orso appena ucciso, proprio come fa il protagonista del Revenant di Michael Punke (Einaudi, 2014), benché in quel caso si trattasse di un cavallo.

Ma questo non stupisce: in fondo lo si capisce fin da subito che l’originalità non è il pallino di Ian McGuire.

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