vania 9 Dicembre 2019
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«Per favore aiutami, o Dio, a essere una brava scrittrice», così pregava Flannery O’Connor mettendolo per iscritto nel Diario di preghiera (A Prayer Journal), che redasse alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1946 e il 1947. Aveva solo 21 anni, ed era studentessa all’Università dello Iowa, dove frequentava la facoltà di giornalismo. Come da tradizione letteraria cattolica, per cui nel diario spirituale si annota «la vita dello spirito, con le reazioni giornaliere: incertezze, dubbi, propositi», Il Diario di preghiera è un canto d’anima; una preghiera in piena; un fiume letterario la cui potente e gioiosa fonte è il flusso creativo e spirituale che condusse la O’Connor alla scrittura, in cui ella si immerse con asseverativa ed energica fedeltà. Fedeltà a Dio e alla scrittura come mezzo per esprimere altezze e profondità in cui umano e divino potessero abbracciarsi e diventare l’uno parte dell’Altro.

È grazie al professor William “Bill” Sessions se A Prayer Journal è stato infine pubblicato, nei primi anni del Duemila. In seguito alla richiesta della famiglia Flannery di scrivere una biografia ufficiale, infatti, lo studioso ha ripreso tutto il materiale prodotto dell’autrice, cui era legato da lunga amicizia, scovando così quello che ha definito più volte un tesoro di infinito valore spirituale e artistico. «Caro Dio, lascia che sia al Tuo servizio. […] caro Dio, inviami la Tua Grazia…», parole che riecheggiano il dolce abbandono di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), il medesimo scavo introspettivo, la ricerca artistica e umana di una vita, cui l’autrice diede voce e che divenne apice del suo più grande e dichiarato proposito: conoscere Dio e scrivere di Lui.

Una vita a desiderare di volare

Flannery O' Connor
Flannery O’Connor

Flannery O’Connor nacque a Savannah (Georgia) il 25 marzo 1925, zona protestante in cui gli O’Connor, erano giunti nell’Ottocento, durante l’emigrazione irlandese. Appassionata di animali, in particolari di pennuti – dei quali ammirava il volo – divenne nota per essere riuscita a insegnare a un pollo a camminare all’indietro, manifestando così una incredibile pazienza. Nel 1937 iniziò a scrivere poesie e racconti per il padre, cui però venne presto diagnosticato il lupus eritematoso, all’epoca incurabile, a causa del quale l’uomo morì un paio di anni dopo, nel 1941. Flannery non smise di scrivere, sua massima consolazione, da giovane studentessa universitaria iniziò a inviare i propri testi a riviste letterarie, ricevendo innumerevoli apprezzamenti e incoraggiamenti dagli autori e dai critici dell’epoca: John Crowe Ransom, Robert Penn Warren, Andrew Lytle, Louise Abbot e molti altri. Ma fu Paul Horgan (1903-1995) a consigliarle di essere costante nella scrittura, ragion per cui, Flannery iniziò a scrivere ogni giorno, lo stesso numero di ore, abitudine che la accompagnò per tutta la vita.

Il rapporto con Dio

Flannery O'ConnorNegli anni, si susseguirono per lei incontri di valore, collaborazioni con autori e critici, ma anche il calvario della malattia che aveva già ucciso suo padre e che le venne diagnosticata insieme a una grave anemia. Ma ciò che più di tutto segnò il suo cammino di scrittrice fu il vivere «l’ispirazione artistica come una grazia». Ella desiderò dedicarsi a Dio nel modo in cui più riusciva ad essere se stessa, per questo visse la scrittura come un modo per esprimere la propria fede e diffondere quei principi cristiani che ne pervadevano l’esistenza. Ma non era una posizione intellettuale o culturale, il suo credere era di anima e di corpo, di carne e di sangue, non solo di inchiostro e carta. Flannery O’Connor sapeva che il distaccato dichiararsi dalla parte di Dio non sarebbe bastato «Non basta essere cattolici o credere in Dio», per questo desiderò con tutta se stessa di appartenergli concretamente, nel tempo e nello spazio, attraverso la scrittura, il mezzo per conoscere non un’idea o una storia qualunque, ma la Storia e il Dio incarnato «una persona reale, con cui si ha un rapporto reale».

Scrivere per avvicinare il mistero

Flannery O'Connor
Flannery O’Connor, nell’ultimo periodo della sua vita

Nonostante l’intricato e tenace legame tra parole e spirito, la O’Connor definì la scrittura «territorio del diavolo», perché troppo spesso lo scrittore cerca storie «perfette, storie che brillino di luce propria, senza un’altra luce». La mistica cattolica di Flannery O’Connor ne impregna l’Opera: i romanzi (La Saggezza del sangue, 1952; Il Cielo è dei violenti,1960), i racconti (che l’avrebbero resa la più importante autrice cattolica americana del Novecento), i saggi. Quel suo voler «Avvicinare il mistero senza fare astrazioni, rappresentandolo sempre “incarnato” nella realtà» non ha mai preteso sciogliere ogni dubbio, anzi, ma ha indicato la via di una passione eterna e di una umiltà che rende grandi.

«Caro Dio, non posso amarTi nel modo in cui vorrei. Sei la sottile luna crescente che vedo e il mio io è l’ombra della terra che m’impedisce di vedere la luna per intero. La mezzaluna è molto bella e forse è tutto ciò che una come me dovrebbe o potrebbe vedere; ma quello di cui ho paura, caro Dio, è che l’ombra del mio io cresca a tal punto da oscurare tutta la luna, e che io giudichi me stessa dall’ombra che è nulla. Io non Ti conosco Dio, perché sono in mezzo. Ti prego, aiutami a farmi da parte»

 

Bibliografia

Flannery O’Connor, Diario di una preghiera, Bompiani, 2016.
Patrizio Sciadini, Diario spirituale, in Ermanno Ancilli (a cura di), Dizionario enciclopedico di spiritualità, Città Nuova, Roma 1990, vol. I.

 

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