Erzsébet Bàthory: la contessa assassina e il volto di Dracula

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Al calar della notte, la potente signora del superbo castello di Čachtice è perseguitata da incubi orrendi…
[János Garay]

Elizabeth Bàthory (Erzsébet Bàthory 1560-1614) è una delle figure più oscure del periodo a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, eppure personaggio di spicco nelle vicende dell’aristocrazia di Slovacchia e Ungheria. La storia ci ha consegnato un agghiacciate resoconto secondo il quale lei e la sua «corte oscura» torturarono e uccisero centinaia di giovanissime vergini, anche bambine, con una ferocia e una crudeltà che lasciò sbigottiti i primi che, in una notte di dicembre del 1610, entrarono di nascosto nel castello di Csejthe, dimora della donna, guidati dal conte Gyórgy Thurzo di Bethlenfalva, inviato dall’imperatore di Ungheria Mátyás II per indagare sulla sparizione di varie nobili fanciulle cadute nella sfera di influenza della Bàthory.

Il contesto storico

Erzsébet Bàthory
fine Cinquecento

Il contesto storico era quello di un regno di Ungheria pressato dagli Ottomani e in gran parte conquistato dai Turchi; il contesto culturale era invece quello feudale di una nobiltà magiara che ancora sognava di poter essere al centro del mondo politico ed economico, a capo di un impero che avesse come fulcro di rinascita la Transilvania. Famiglie che intrecciavano relazioni fra congiunti, nella speranza di non dilapidare gli enormi patrimoni. Erzsébet nacque in un villaggio nel nord-est dell’attuale Ungheria, Nyírbátor, ma crebbe a Ecsed in Transilvania (Romania). I Báthory-Ecsed e i Báthory-Somlyó, cui lei apparteneva, erano genealogie ungheresi potenti, di ramo calvinista, altolocate, e detentrici di un immenso prestigio sia militare che religioso. Di fatto, annoveravano nell’albero genealogico tanto eroi di guerra distintisi nelle feroci battaglie contro i Turchi Ottomani, quanto alti prelati e anche un re di Polonia, Stefano. Il sangue aveva un ruolo centrale nella famiglia, sia in senso politico che in senso esoterico, tanto è vero che il padre aveva sposato una cugina diretta e i casi di matrimoni fra consanguinei erano numerosi, cosa che portò, secondo alcune fonti, a malattie di vario tipo: nevrosi di varia natura, epilessia, schizofrenia e altri disturbi mentali.

Una famiglia “malata”

Ferenc Nádasdy

Di certo era una famiglia in cui le luci del potere e della ricchezza e le ombre di un legame con il satanico si intrecciavano con magistrale leggerezza: «si dice che uno dei suoi zii fosse un adoratore di Satana e che i suoi famigliari praticassero abitualmente magia nera» e che lei stessa fosse stata battezzata nel sangue, in onore di Satana (P. Izquierdo, p. 35) e, come riferisce Javier Garcìa Sànchez, fin da ragazzina manifestò strani atteggiamenti indice di turbe psichiche, un carattere «irritabile» e «cattivo umore», soprattutto in presenza della sua balia, Ilona Jó, la quale, pare, avesse l’abitudine di renderla partecipe della sua passione per la magia nera, utilizzando ossa e resti di bambini morti per inconcepibili dimostrazioni di potere (J. G. Sanchez, p. 75).
Sempre secondo la Izquierdo, che decodifica la vicenda in salsa femminista più o meno nello stesso periodo in cui l’attrice e regista Julie Delpy giustifica gli omicidi della Bathory come rivalsa femminile in un mondo dominato dal privilegio maschile nel suo blasonato film The Countess (2009), scrive che fu costretta a fidanzarsi a undici anni con il nobile Ferenc Nádasdy, di educazione ed estrazione luterana e di famiglia ritenuta irreprensibile. Il giovinetto era il futuro eroe nero di Ungheria che all’epoca di anni ne aveva quindici ed era uno dei rampolli più potenti e desiderabili del Regno. Anni dopo, in occasione delle nozze, regalò alla moglie il castello di Csejthe nei Carpazi, diverse altre magioni e ben diciassette villaggi, quelli che poi la contessa avrebbe terrorizzato con le sue «strane abitudini di famiglia».

Presunta complicità

Nádasdy morì quando la moglie aveva una quarantina d’anni (dopo tre anni di invalidità a letto), con la fama quasi intoccabile di eroe di guerra, anche se in seguito si vociferò di complicità con il truce sadismo di lei. Si raccontava che egli facesse parte di un gruppo di abili maneggiatori di spada, il “Terribile Quintetto”, noto per la sua ferocia; ferocia che Nádasdy manifestava soprattutto quando occupava con la forza le chiese cattoliche «per ridistribuirle ai suoi correligionari luterani» (A. Quattrocchi, versione digitale digitale).
Forse torturò dei servi (come tanti nobili all’epoca), cercando di non farli morire per prolungarne il patimento; secondo alcuni in un’occasione punì una serva cospargendola di miele, per poi lasciarla nuda e legata presso le arnie di corte, oppure condusse esperimenti per l’assideramento dei corpi, adoperando procedure che poi condivise anche con la moglie. Ma per un uomo di guerra era normale all’epoca essere a conoscenza di strumenti e pratiche di tortura, spesso adoperati durante l’interrogatorio dei prigionieri nemici.

La magia del sangue

Probabile Castello di Csejth

Voci o non voci, certo che è il suo essere quasi sempre in guerra contro i Turchi fece sì che la responsabilità dei castelli di famiglia fosse affidata ad Erzsébet, la quale quando il marito non era presente, godeva di relazioni adulterine, sia etero che omosessuali (risaputa è la breve relazione con una sua cugina), e amava vestirsi da maschio, pur essendo ossessionata dal proprio aspetto femminile e dal mito dell’eterna giovanezza. Ebbe diversi figli, legittimi e illegittimi, e, soprattutto, frequentò assiduamente il salotto esoterico di Karla, sua zia, dove si immerse (anima e corpo) nelle orge che la nobile parente organizzava. Qui, entrò in contatto con Dorottya Szentes (passata alla storia come Dorka o Dorkò) presunta strega e praticante di negromanzia che iniziò Erzsébet alla «magia del sangue».

La “corte oscura”

Immagine erroneamente attribuita alla Bàthory

Probabilmente fu nel 1609, poco dopo la morte del marito (e la presunta maledizione di una donna del popolo che la Contessa aveva preso in giro perché anziana) che, ossessionata dallo sfiorire della propria bellezza, formulò con maggiore precisione il suo piano, stabilendo fra le pareti del suo castello la sede di una sorta di accademia per l’educazione delle fanciulle di famiglia agiata: si era infatti convinta che il sangue delle vergini fosse un elisir di eterna giovinezza. Gli alchimisti e i maghi ai quali si rivolse per averne conferma, e la stessa Dorka, la compiacerono confermando l’ipotesi, e la Bathory iniziò a uccidere e dissanguare le sue vittime, per poi fare abluzioni nel loro sangue o berlo quando erano particolarmente belle. C’era una distinzione però, perché le contadine impuberi, attirate nei castelli con la promessa di un lavoro nella servitù, venivano usate per dilettarsi nell’inventare nuovi metodi di tortura, utilizzando i quali la Bàthory soddisfaceva la propria ferocia e alimentava un piacere erotico senza freni, mentre le giovani di buona famiglia erano le più adatte ai rituali magici, perché «di razza pura».

Assassina e occultista

Nel suo ampio e documentatissimo studio sul mondo degli assassini seriali, Mario Iannaccone rafforza l’idea di un circolo occulto, del quale Erzsébet Bàthory era il perno e scrive che «più che una serial killer, era un’occultista dedita a rituali di magia nera che prevedevano il sangue e l’uccisione di bambine e giovani» (M. Innaccone, p. 321).
I testi del processo riferiscono che alle vittime venivano inferte sofferenze perfino difficili da immaginare e quasi sempre di natura sessuale, improntato a un «sadismo lesbico» (A. Quattrocchi, versione digitale digitale): pestaggio fino alla morte, rottura di arti, infibulazione o taglio delle parti intime, cannibalismo imposto, sevizie in pubblico, abusi di ogni tipo. L’accademia era in realtà una sorta di «corte oscura», frequentata da uomini e donne accomunati dall’interesse per la magia nera e la tortura. Fra questi, oltre ai suoi fedeli cerimonieri di torture a capo dei quali c’era il buffone di corte con tendenze pedofile Jànos Ujvàry (noto come Ficzkò), spiccava la presenza di un misterioso maestro alchimista e occultista noto come Torko, che le scriveva lettere e incantesimi vergandoli su pergamene ricavate da placenta umana, ma del quale è ben difficile accertare la reale identità storica, tanto che alcune leggende lo indicano addirittura come demone o fantasma, ma la cui identità si soprappone molto probabilmente con quella di Anna Darvulia, una vecchia megera che si stabilì al castello, iniziando ad alimentare e incoraggiare le manie sadico sessuali della contessa, fino al cannibalismo.

Continua…

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Bibliografia

  • Javier Garcìà Sànchez, Ella, Dràcula, Editorial Planeta, Barcelona 2005.
  • Laura Cherri, Elizabeth Bathory: la contessa sanguinaria, articolo del 2006.
  • A Mordeaux, Bathory: Memoir of a Countess, BookSurge, 2008.
  • Angelo Quattrocchi, Elisabeth Bathory. La torturatrice, Golena, 2008.
  • Mario Innaccone, Meglio regnare all’inferno. Perché i serial killer popolano il cinema, la letteratura e la televisione, Lindau, 2017.
  • Paola Izquierdo, Libere. 21 storie di donne radicali e famose che hanno sfidato la morale e trasformato le loro vite in mito, Cavallo di ferro editore, Roma 2009.
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