Come Pasolini spiegava il fascismo “artificiale”

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[La nuova cultura] è infatti direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne […] tali da creare autonomamente un Potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia.
[Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, Corriere della Sera, 10 giugno 1974]

Nato a Bologna nel 1922, Pier Paolo Pasolini è un ragazzo nomade perché figlio di un militare di carriera, Carlo Alberto Pasolini (1892-1958). Dopo la nascita di Pier Paolo, la famiglia si sposta a Parma, poi a Belluno, Conegliano, Casarsa. E poi a Sacile, nel Friuli della madre, Susanna Maria Colussi (1891-1981), maestra elementare, immensamente amata dal figlio, del quale è, per tutta la vita, un rifugio poetico: «È stata mia madre che mi ha mostrato come la poesia possa essere materialmente scritta, e non solo letta a scuola».

Un intellettuale “ustionante”

Pasolini è un intellettuale disperato, ustionante e scomodo, aspramente critico verso «un popolo che vuole scendere dentro la borghese luce […] nei villaggi ciechi tra lucide chiese novecentesche e grattacieli»; e sempre intransigente contro una rivoluzione culturale che lui descrive più volte come antropologica, tragica e inesorabile, causa scatenante della trasformazione dei valori positivi e tradizionali in quelli «dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano», trasformazione radicale cui segue, ineluttabilmente, la produzione massiccia di beni superflui, il logorio da smania di consumo e l’ingegno ambiguo di un’informazione (soprattutto televisiva) volta a «creare la massa» (la chiamerà anche industria culturale) a uso e consumo di un Potere riformulato intorno al capitalismo totalitarista.

Il nuovo Potere

In nome di questo Potere, spiega Pasolini, la cultura di massa «non può più essere ecclesiastica, moralistica e patriottica», perché essa è legata al consumo ed è ideologicamente autosufficiente: non ha bisogno di idee, di valori, poiché li auto produce per sostenere se stessa. L’omologazione culturale che deriva dalla creazione di concetti culturali e valori nuovi, per Pasolini è anche matrice di un’unificazione psicologica e morale e di un annientamento dell’individualità sociale e politica, perché «La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile […] tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente […] interscambiabili».

Il fascismo degli antifascisti

Perché, infine, questo è il punto per Pasolini: il fascismo tradizionale non esiste, non può più esistere, perché non esistono più i presupposti culturali e sociali per generalo, ma esiste un nuovo fascismo che egli definisce «artificiale» perché voluto «da quel Potere che dopo aver liquidato, sempre pragmaticamente, il fascismo tradizionale e la Chiesa, ha poi deciso di mantenere in vita delle forze da opporre […] all’eversione comunista». A ciò si lega un antifascismo ingenuo e illogico, oppure pretestuoso e in malafede che ha per obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più. Il vero fascismo è quello che trasforma nell’intimo, che altera i sentimenti, che crea nuovi motivi culturali con lo scopo di unire, modulare e controllare la massa. E spesso assume, per Pasolini, le tinte fosche di un «terrorismo psicologico» quasi impercettibile, ma supportato e gradito al nuovo regime del potere capitalistico.

Bibliografia

  • Luigi Martellini, Ritratto di Pasolini, Edizioni Laterza, 2015.
  • Antonio Tricomi, Pasolini: gesto e maniera, Rubettino Editore, 2005.
  • Intervista a Pasolini a cura di Massimo Fini, su L’Europeo, 26 dicembre, 1974.
  • Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, Corriere della Sera, 10 giugno 1974.
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