vania 5 Dicembre 2018
Nicole Kidman è Archer in Ritratto di signora (1996)

Entrare in un romanzo di Henry James può essere sconcertante. Ritrovandosi scomodi, si cerca fin da subito un accomodamento, ma si resta sulle spine, estromessi dal subitaneo piacere della lettura dalla disorientante sensazione che lo scrittore voglia respingerci. Molti si svincolano, preferiscono non addentrarsi; per altri, più esperti e coraggiosi lettori, il fascino che James esprime e l’interesse che suscita sono il richiamo delle sirene al largo delle isole Sirenuse, quelle che, riferisce Ulisse, «così cantavano modulando la voce bellissima, e allora il mio cuore voleva sentire», nonostante il pericolo di perdere se stessi, nello smarrimento di ogni possibile preconcetto su romanzi e lettura.

Dalla periferia al centro

Henry James
Henry James

È vero, all’inizio James ci allontana: i personaggi raffreddano il nostro ardore letterario, e non ci è dato di poter avanzare liberamente nella smisurata ed esilissima architettura del racconto. Eppure, come esuli incoscienti, dopo diverse pagine non siamo più nella periferia allusiva, ma al centro di un simbolismo da iniziazione, dell’introspezione esasperata degli ambienti, dello scavo psicologico sconcertante, dell’inganno narrativo. Spodestati dalla nostra personale idea di romanzo, siamo costretti a riconsiderazioni profonde, in attesa di una vertigine emotiva che tarda ad arrivare, anche se la promessa di una passione travolgente è a ogni giro di pagina, a ogni «giro di vite».

Vibrazioni, segreti e parole

Le ali della Colomba
Le ali della Colomba

La verità è che perdersi non è mai del tutto piacevole, c’è un qualcosa che frena, ma poi una volta spiccato il balzo non è più possibile tornare indietro, perché James ci avrà già imprigionati nella sua trappola, nell’identificazione con i personaggi, nel progresso della storia, nell’eros cognitivo. Una volta entrati nelle viscere dei suoi romanzi non si torna più indietro. Diveniamo tutti osservatori osservati (sembrerebbe da James stesso) nello spiare personaggi che «si fissano e si frugano fino all’ultima goccia, la più profonda, la più inebriante». Le parole vibrano, noi ne cogliamo risonanze e radiazioni.

Eros e tensione

Le ali della Colomba
Le ali della Colomba

I dialoghi esprimono un erotismo virgineo, mai scandaloso, che mai troverà soluzione, esplicando così la sua ineguagliabile forza, la sua inconfessabile teatralità. La diligente dedizione alla plausibilità degli scrittori inglesi e francesi in James smette di essere dogmatica e diventa evanescente, funge da concordanza eterogenea, riflesso delle spinte interiori di ciascun personaggio. Chi legge, superando la ritrosia della difficoltà, va avanti perché conscio ormai che qualunque cosa può accadere «ai margini di vaste tenebre», qualunque cosa può accadere a Kate Croy e Merton Densher, i raffinati amanti de “Le ali della colomba” (1902), all’innominata Istitutrice de “Il giro di vite” (1898), alla sensuale e irrisolta Isabel Archer, memorabile interprete del romanzo forse più noto: “Ritratto di signora” (1881).

Verso l’abisso

Il giro di vite
Il giro di vite

Sono personaggi che più cerchiamo di comprendere e più ci sfuggono, più vogliamo amare e più ci respingono. Il ritmo lento, calcolato, sempre misurato in un avanzamento privo di ansia, paziente, come di nodo che si stringe senza offendere, per evitare una fuga, è come un cadere nel mondo introspettivo dell’autore, è come sincronizzare l’ora su altro meridiano. James «ama l’abisso» e sospesi sull’abisso ci tiene, fino all’ultima pagina, dove non rivela: precipita.

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