Agnatologia: la propaganda del dubbio

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La gente presume sempre che se qualcuno non sa qualcosa è perché non ha prestato attenzione o non si è fermato a pensarci, ma l’ignoranza deriva anche dalla soppressione letterale della verità, o dal tentativo di confonderla in modo che le persone smettano di preoccuparsi di ciò che è vero e di ciò che non lo è.
[Robert N. Proctor]

«Alcune delle cause dell’ignoranza culturale indotta sono la negazione/ignoranza dei media, il Segreto di Stato, la distruzione di documenti, lo sfruttamento dei pregiudizi cognitivi e una miriade di forme di selezione socio-politica; come la disattenzione o l’oblio» (Agnotología: la producción deliberada de ignorancia, 22 aprile, 2012). A ciascuno di noi è di certo capitato di essere combattuto sul ciò che è vero e ciò che non lo è, e non sempre in merito ai valori assoluti, anzi più frequentemente su semplici acquisti, per cui perfino un microonde può diventare causa di discussione: fa male o no averne in casa? Cosa può esserci dietro questo tipo di uso di informazioni contrapposte?

Medicina e industria: nemiche-amiche

Una manciata di piombo

Il diciannovesimo secolo è stato un momento cruciale per la batteriologia (branca della biologia che si occupa dello studio dei batteri) e dunque per l’indagine della correlazione fra i batteri e le malattie nella specie umana. Ma, parlando di salute, il ventesimo secolo ha invece segnato inevitabilmente il rapporto fra indagine medica e industria, dal momento che sono stati identificati gli effetti nocivi di vari ingredienti regolarmente utilizzati nella produzione industriale, come il piombo nelle vernici o nei carburanti, ma anche i danni causati dall’absteno, dal cloruro di vinile, dal benzene e da altri composti chimici organici responsabili di disfunzioni respiratorie o causa di tumori. E, negli anni Cinquanta, sono stati denunciati i possibili effetti tossici del tabacco. Alla notizia che qualcosa nei prodotti di natura industriale potesse nuocere ai consumatori, e dunque diminuire le possibilità di guadagno, i grandi gruppi industriali hanno alzato scudi in difesa del mercato e utilizzato il loro potere finanziario nel tentativo di arginare le perdite commerciali.

Pharmageddon

Ma come può un gruppo industriale inquinare la ricerca medico-scientifica? Secondo David Healy, psichiatra e psicofarmacologo autore del saggio inchiesta Pharmageddon (2015), il potere finanziario «mise le aziende nelle condizioni di invadere la scienza e di tentarne la colonizzazione attraverso ricerche apparentemente indipendenti, ma di fatto sponsorizzate dalle aziende stesse» (D. Healy, p. 168). Lo scopo, in questi casi, è quello di «inquinare le prove» e produrre risultati di indagine scientifica che, invece di avvalorare gli studi che mettono sotto accusa l’utilizzo di determinati prodotti nocivi, mistifichino la realtà dei fatti e, in pratica, nascondano la verità.

Il promemoria Brown & Williamson

I medici fumano Camel…

Un esempio è proprio il percorso fatto dall’industria del tabacco negli Stati Uniti, basato sulla strategia del dubbio. La frase «il dubbio è il nostro prodotto» viene coniata negli anni Cinquanta, ma entra ufficialmente nella storia della propaganda nel 1969, grazie al documento Smoking and Health Proposal, voluto da Brown & Williamson, una major del tabacco. Il promemoria, all’epoca segreto, analizzava le tecniche utili a contrastare «le forze anti-sigarette» scese in campo soprattutto dopo le annotazioni sanitarie di tossicità. Lo scopo era, in sostanza, il capovolgimento del dubbio scientifico mediante un processo agnatologico: «Il dubbio è il nostro prodotto, poiché è il mezzo migliore per competere con le notizie entrate nella mente del grande pubblico. Il dubbio è anche il mezzo per stabilire un contraddittorio: se riusciamo a creare una controversia a livello pubblico, c’è un’opportunità per trasmettere i fatti reali sul fumo e sulla salute», fatti reali nell’ottica commerciale, ma non medica, e dunque fatti utili alla vendita ma non al benessere pubblico. In particolare, il documento affermava che fosse importante: «cancellare dalla mente di milioni di persone la falsa convinzione che il fumo di sigaretta provochi il cancro ai polmoni e altre malattie; una condanna basata su supposizioni fanatiche, voci fallaci, affermazioni non supportate e dichiarazioni e congetture non scientifiche di opportunisti in cerca di pubblicità».

Propaganda agnatologica

Si tratterrebbe di propaganda agnotologica, o manipolazione dell’ignoranza. Il neologismo agnotologia (dal greco agnosis, ignoranza) appare per la prima volta nel saggio di Robert N. Proctor dal titolo Agnotology. The making and unmaking of ignorance (2008). Proctor indica nell’agnotologia la scienza riguardante l’individuazione delle diverse forme di ignoranza e, cosa più che interessante nei termini di uno studio delle tecniche di propaganda, le astuzie che i gruppi di potere utilizzano per mantenerla e diffonderla, applicando deliberatamente delle strategie di soppressione o manipolazione della verità. Tra le varie definizioni di «dubbio o ignoranza» lo studioso distingue, infatti, l’ignoranza frutto di una precisa strategia messa in campo per produrre proditoriamente contenuti incerti e manipolanti nel mainstream culturale e mediatico. La domanda dello studioso è: «Cosa non sappiamo e perché non lo sappiamo?», e risponde con la tesi, avvalorata da diversi esempi, che l’ignoranza è raramente riconducibile alla semplice assenza di conoscenza, essendo più spesso il risultato di pianificazioni culturali e politiche.

Il dubbio è il nostro prodotto

Proctor porta a dimostrazione argomentativa proprio la deliberata produzione di ignoranza promossa, negli anni Sessanta, dalla cospirazione dell’industria del tabacco per mettere in dubbio i rischi legati al consumo di sigarette. «Il dubbio è il nostro prodotto» metteva appunto in luce questo atteggiamento agnotologico, anche con semplici processi mediatici atti a dimostrare che nessuna evidenza era buona abbastanza, nessun esperimento si avvicinava alla reale esperienza umana, niente poteva davvero dimostrare che il fumo era nocivo. Risultato: nel 1966 un numero più che esiguo di americani era stato raggiunto dall’allarme degli scienziati: quasi nessuno credeva che il fumo facesse davvero male. Il dibattito costruito dall’industria intorno al dubbio serviva a evitare che l’utente finale si rendesse conto di un semplice dato oggettivo: la tossicità delle sigarette.

L’uso della legge

L’agilità con cui le grandi industrie hanno potuto allacciare contatti molto stretti con la ricerca, fino a condizionarla, trova grande slancio negli anni Ottanta, grazie all’approvazione del Bayh-Dole Act (The Patent and Trademark Law Amendments Act), pensato per regolamentare la proprietà intellettuale derivante dai finanziamenti del Governo americano per la ricerca. Se da un lato la legge dà spazio alla brevettabilità dei risultati delle ricerche, affidandone la proprietà intellettuale a università e imprese, dall’altro ha esasperato il conflitto di interesse fra ricerca e profitti industriali, ragion per cui, da quel momento le imprese hanno iniziato a orientare le ricerche universitarie verso scopi commerciali, dunque non volti al bene comune, ma al profitto. Infine, nel 1999 viene emanato il Data Access Act che ha permesso, in via definitiva, l’accesso ai risultati delle ricerche scientifiche, anche quelli fino a quel momento mantenuti riservati perché frutto di studi indipendenti.

Bibliografia

  • David Healy, Pharmageddon. Eclissi della cura e marketing della medicina, Mimesis, 2015.
  • Robert N. Proctor, Agnotology. The making and unmaking of ignorance, Stanford Univ Pr, 2008.
  • Sarah Hasford, America Invents Act Primer, Academic Press, 2017.
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