La Commissione Nazionale sugli Attacchi terroristici contro gli Stati Uniti (National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, o 9/11 Commission) vede la luce nel 2002, a seguito dei drammatici fatti dell’11 settembre 2001, allo scopo di «predisporre un completo resoconto sulle circostanze in cui avvennero gli attentati, i loro preparativi e la prima reazione»; inoltre La Commissione 9/11 ha anche il mandato di ipotizzare nuovi scenari e, di conseguenza, di suggerire strategie per prevenire ulteriori atti terroristici. Essa diviene, in breve, un centro di potere, perché nasce per esserlo, elaborando le dinamiche politiche che scaturiscono dai fatti accaduti alle Twin Tower.
La documentazione da dare in pasto al pubblico viene vagliata e dosata, e la percezione degli americani rispetto ai fatti viene indirizzata – perfino plasmata – fin da subito dai processi che circondano l’accrescimento dell’archivio della Commissione. Anche per questo, il documento finale, The 9/11 Commission Report, voluto per fornire un’accurata e veritiera testimonianza sui fatti, e dare alla politica americana una solida svolta antiterroristica, non ha mai avuto una riconosciuta credibilità ed è, a tutt’oggi, al centro del dibattuto (Cfr. D. A. Wallace e L. Stuchell, Understanding the 9/11 Commission archive: control, access, and the politics of manipulation, marzo 2011).

 

LE INFLUENZE POLITICHE DELLA COMMISSIONE 9/11

Inevitabilmente, nell’atmosfera carica della moderna politica statunitense, il potere di controllo e accesso alla documentazione viene utilizzato, dalla Commissione, per prevenire l’imbarazzo politico e per sommergere – invece che far emergere – i fatti fondamentali. In pratica, i membri della Commissione e l’Amministrazione non sono disposti a rischiare che la documentazione diventi accessibile o che venga analizzata in modo indipendente e slegato dalle motivazioni politiche dominanti, evitando così di legittimare eventuali contro narrazioni. L’esigenza di riflettere su quanto accaduto, di raccogliere informazioni, di controllarle, di monitorarle e di rendere inaccessibili è parte del progetto stesso, necessario per «proteggere la Nazione», pur essendo l’imparzialità nelle dichiarazioni programmatiche: «Dieci commissari – cinque repubblicani e cinque democratici scelti dai leader eletti della nostra capitale in un momento di grande divisione partitica – si sono riuniti per presentare questo rapporto […]. Ci siamo riuniti con un’unità di intenti perché la nostra nazione lo richiede lo richiede. L’11 settembre 2001 è stato un giorno di shock e sofferenza senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. La nazione era impreparata». In definitiva, si tratta di gestire delle informazioni per la sicurezza nazionale, perché questo è il punto.

THE HYBRID WARFARE

In 9/11, spectacles of terror, and media manipulation. A critique of Jihadist and Bush media politics (2006), lo storico ed esperto di politica e pubbliche relazioni Douglas Kellner scrive che gli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti hanno avuto l’effetto di «drammatizzare la relazione tra gli spettacoli mediatici del terrore e la strategia del jihadismo islamico» […],  e l’Amministrazione statunitense non ha fatto altro che cogliere il momento propizio per rilanciare mediaticamente la strategia del terrore e rendere accettabile una nuova epoca di imperialismo bellico, per i fini geopolitici degli Stati Uniti. In questa ottica andrebbero inserite, secondo Kellner, la Guerra del Golfo del 1990-1991, la guerra in Afghanistan dell’autunno 2001 e la guerra in Iraq del 2003. Le immagini di morte e devastazione e i discorsi manichei del bene e del male, che si inseriscono nei codici mediatici dominanti della cultura popolare, diventano, quindi,  argomentazioni fondamentaliste e assolutiste volte a giustificare l’apertura di nuovi scenari di guerra e la vendita a terzi di armamenti. La guerra ibrida (Hybrid Warfare) espande definitivamente il campo di battaglia al metaverso, secondo quanto ipotizzato e promosso dalla stessa scuola statunitense, per cui le forze umane (mercenari, terroristi, agenti segreti), i mezzi (armi convenzionali, sperimentali e di uso comune), le tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda) e i moltiplicatori mediatici (guerra psicologica, informatica, informativa, sfruttamento reti sociali, estorsione, cyberterrorismo) concorrono a far sì che il soldato, il carro armato, perfino l’agente segreto diventino «parte marginale di uno scontro che si perpetra attraverso tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti: da quello diplomatico a quello informativo passando per, ad esempio, la manipolazione del mercato azionario. La guerra, quindi, non è più appannaggio di personale “in divisa”, ma si sfuma in molteplici dimensioni, dove il ricorso al soldato, usato in modo convenzionale, è solo l’ultima ratio» (Paolo Mauri, Hybrid Warfare. Che cos’è la guerra ibrida, 4 dicembre 2021).

GESTIRE INFORMAZIONI

Già nell’ottobre del 2001, a solo un mese di distanza dall’attentato alle Torri Gemelle, i quotidiani americani riportano che il Pentagono ha offerto al Rendon Group, società di pubbliche relazioni fondata e guidata dll’ex deputato democratico John Rendon,  un contratto di 397.000 dollari per quattro mesi, per la gestione della prevista guerra in Afghanistan, avviando così la campagna di propaganda. La questione delle «future guerre» in risposta all’attentato subìto si lega direttamente al lavoro della 9/11 Commission, la quale ha anche lo scopo di prendere atto al fatto che «la Nazione americana era stata trasformata dai terroristi», entrando in un nuova era, quella che il presidente George W.  Bush riassume nel famoso slogan onnicomprensivo di Guerra Preventiva, legittimando così, di fatto, qualunque attacco armato perpetrato nel tentativo di respingere o sconfiggere un’offensiva o un’invasione percepita come inevitabile. Percepita è la parola chiave, perché: «La guerra cognitiva integra capacità informatiche, educative, psicologiche e di ingegneria sociale al fine di raggiungere i propri scopi», scrive la giornalista Laura Ruggeri, «Il volume e la velocità delle informazioni senza precedenti travolgono le capacità cognitive individuali e incoraggiano a “pensare velocemente” (in modo automatico ed emotivo) invece di “pensare lentamente” (razionalmente e giudiziosamente). […] Dare forma alle percezioni è tutto ciò che conta» (L. Ruggeri, La Russia sta perdendo la guerra dell’informazione?, 7 aprile 2022).

L’APPELLO DELLA COMMISSIONE 9/11

Non si tratta più di ragionare sui fatti, ma di provare emozioni, in quanto tali il più delle volte irrazionali. Le foto a tutto campo su orrori veri o presunti, l’insistenza sui dettagli, l’immersione soffocante in una palude di informazioni snervanti e tensive sono parte di una comunicazione asservita agli obiettivi della politica. Si tratta, appunto, di percezione, di stravolgimenti interiori, di creazione di un strazio psicologico e mentale che, scrive ancora la Ruggeri, genera dissonanza cognitiva e «poiché la dissonanza cognitiva è una sensazione di disagio», le persone fanno ricorso alla negazione e all’autoinganno, «finendo per abbracciare qualsiasi opinione […] dominante nel loro ambiente sociale per cercare sollievo», finendo prigionieri di un’architettura di scelte imbullonata dalle opportune informazioni, perché «Le informazioni comprendono e aggregano numerosi attributi sociali, culturali, cognitivi, tecnici e fisici che agiscono e influenzano la conoscenza, la comprensione, le credenze, le visioni del mondo e, in definitiva, le azioni di un individuo, gruppo, sistema, comunità o organizzazione» (Revision of joint Publication 3-0, dated 17 January 2017). Del resto, è la stessa 9/11 Commission che, nell’ultima pagina del suo Report, chiude con un accorato e astuto appello: «Chiediamo al popolo americano di ricordare come ci siamo sentiti tutti l’11 settembre, di ricordare non solo l’indicibile orrore, ma come ci siamo uniti come una nazione. L’unità di intenti e l’unità di sforzi sono il modo in cui sconfiggeremo questo nemico e renderemo l’America più sicura per i nostri figli e nipoti».
Ricordare l’orrore, non perdonare, prevenire (costruire) e distruggere il nemico e possibilmente senza farsi domande.

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