vania 14 Maggio 2019
Carl Jung

Nell’ottobre del 1938, sull’affaccio nel baratro della seconda guerra, il giornalista americano H. R. Knickerbocker (1898-1949) si reca a Küsnacht (Svizzera) per incontrare lo psicanalista di fama mondiale Carl Gustav Jung (1875-1961) e condurre un’intervista fra le più lunghe tra quelle rilasciate dal famoso medico. L’argomento chiave della lunga conversazione, apparsa per la prima volta nel 1939 sulla rivista Hearst’s International-Cosmopolitan, è una diagnosi psicologica dei tre dittatori che stanno condizionando il mondo in quegli anni: Adolf Hitler (1889-1945), Benito Mussolini (1883-1945) e Josif Stalin (1878-1953).

Carl Gustav Jung intervistato dalla BBC

Con lucidità, e ingegnosa ironia, Jung risponde alle domande di Knickerbocker, restituendo un profilo psicologico paradossale, e a tratti spaventoso, dei tre uomini considerati i più pericolosi del panorama politico europeo, al passo con Napoleone. Egli individua in Hitler «il tipo dello sciamano […] Senza il suo popolo tedesco sarebbe impotente», in Mussolini e Stalin «il tipo del capovillaggio o del guerriero», con Stalin definito come il più duro e prepotente «Con quel collo taurino, i baffoni spioventi […] fa venire in mente una tigre siberiana dalle zanne a sciabola. Non mi stupirei se si facesse acclamare Zar», tenace nella sua volontà di dominio fino a poter essere capace di accaparrarsi il «bottino» di tutti e tre, pur essendo il meno interessante, soprattutto dal punto di vista spirituale e retorico.

Jung analizza il loro profilo partendo da archetipi semplici e immediati: il capo aspro e brutale in Stalin, l’uomo della «forza fisica» destinato al comando in Mussolini, lo stregone in grado di incantare il popolo in Hitler. Del dittatore tedesco sottolinea lo «sguardo del veggente» e la fascinazione mistica che lo spingerebbe ad agire in modo inspiegabile per gli altri, come l’assumere per il proprio regno nomi che, secondo lo psicologo, tendono a risvegliare la «gerarchia biblica», sostengono il suo ruolo di «messia pagano», lo rendono per il popolo adorante qualcosa di più di un semplice uomo.

1933: Adolf Hitler (1889 – 1945), chancellor of Germany, is welcomed by supporters at Nuremberg. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Jung si dilunga sulla trascendenza visionaria del dittatore, che inquadra come devoto del dio Wotan, il dio del vento. Con analitica precisione fa presente che Sturmabteilung, nome dato a reparti militari del Terzo Reich, vuol dire «milizia della tempesta»; la svastica sarebbe individuabile come il «vortice ruotante incessantemente verso sinistra: il che nella simbologia buddhista ha un significato appunto sinistro, infausto, diretto verso l’inconscio».

Sono simboli di una sorta di profeta oscuro? Jung si dice certo di questa conclusione soprattutto di fronte all’insignificanza fisica del dittatore tedesco, incapace in sé di provocare la minima risposta emotiva, fino a quando non esprime il suo potere che per lo psicologo «non è politico: è magico».

Bibliografia

  • H. R. Knickerbocker, Is tomorrow Hitler’s? (New York, 1942)
  • Jung Parla, a cura di William McGuire e R.F.C. Hull, Adelphi Edizioni, aprile 2013.
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