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Lo spopolamento deve essere avere la più alta priorità nella nostra politica estera verso il Terzo Mondo, perché l’economia Usa richiederà grandi e crescenti quantità di minerali dall’estero, specie dai paesi sottosviluppati.      […]  La popolazione mondiale deve essere ridotta del 50%.
[Henry Kissinger]

I limiti dello sviluppo

Aurelio Peccei

Secondo una definizione annoverata fra le collezioni complottiste, il Club di Roma (1968) era formato da una cinquantina di membri della massoneria provenienti da circa venticinque Paesi diversi. Sarebbe stato fondato – e finanziato – dai Rockefeller, che avevano un loro «podere» a Bellago, in Italia. Tuttavia, la versione ufficiale ha sempre raccontato che il Club nacque all’Accademia dei Lincei alla Villa Farnesina. Nella prima agenda c’era la discussione sui «problemi globali», e benché quella iniziale riunione, nell’aprile del 1968, risultò essere un flop, il Club iniziò a farsi notare nel 1972, con la pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo, in seguito ridimensionato perché basato su calcoli effimeri e manipolati), nel quale Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III diagnosticarono che «l’umanità avrebbe raggiunto i limiti naturali dello sviluppo entro i successivi cento anni a causa del previsto e temuto incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale», ragion per cui proposero, in accordo con il MIT (Massachusetts Institute of Technology),  l’orizzonte predittivo di «una società sostanzialmente stazionaria che riduca al minimo i consumi di risorse e il suo tasso di sviluppo realizzando quella che venne definita “crescita zero”». Dopo un primo momento di perplessità, contro il Club si levarono accuse di propagandare la crisi ambientale allo scopo di «giustificare la centralizzazione del potere (secondo il paradigma problema-reazione-soluzione), la soppressione dello sviluppo industriale sia in Occidente che nel Terzo Mondo ed il controllo della popolazione mediante l’eugenetica» (Philippe Braillard, L’impostura del Club di Roma, Presses Universitaires de France, 1982 in Ugo Leone, Il Club di Roma, 50 anni dopo con gli stessi dilemmi, 2018). 

Il cancrismo

The Limits of Growth faceva eco agli allarmanti studi di Paul R. Ehrlich che nel suo bestseller malthusiano del 1968, The population bomb, affermava che «la lotta per sfamare l’intera umanità è persa», prevedendo la morte di milioni di persone entro pochi anni. L’avvertimento risuonò come un’ineluttabile verità: il numero di persone sulla terra stava andando fuori controllo e andava ridimensionato in qualche modo. Ehrlich affermò anche che «Il cancro è moltiplicazione incontrollata di cellule; l’esplosione demografica è incontrollata moltiplicazione di gente […] Dobbiamo trasferire i nostri sforzi dal trattamento dei sintomi all’asportazione del cancro. Questa operazione esigerà decisioni apparentemente brutali», alimentando così quel filone eco-apocalittico, oggi ribattezzato cancrismo, che incentra le proprie argomentazioni sulla similitudine fra il comportamento dell’essere umano e quello di una cellula cancerosa, fino ad affermare, come ovvia conseguenza, che l’esistenza dell’essere umano sia uno sbaglio della Natura, tesi ampiamente sostenuta, tra l’altro, dall’industria culturale (basti pensare alle decine di documentari basati sul principio che l’uomo sarebbe una sorta di nemico del Pianeta o ai film del filone eco-apocalittico) [Cfr. Igor Giussani, http://www.decrescita.com/news/cancro-del-pianeta/]. E qui subentra il discorso eugenetico. Ma andiamo con ordine.

Il malthusianesimo e l’eugenetica

Thomas Robert Malthus (1766-1834), economista, filosofo demografo e protosociologo, sostenne nel suo Saggio sul principio di popolazione (1798) che un aumento continuo della popolazione avrebbe portato alla povertà. La teoria influenzò Charles Darwin (1809-1882) il quale vi trovò ispirazione per teorizzare la legge della selezione naturale e, soprattutto, fu un lasciapassare per l’accettabilità di un progetto di eliminazione degli individui ritenuti improduttivi e, dunque, inutili: piuttosto che compromettere la salvezza dell’intera specie è meglio eliminare quelli che non servono, giustificando tale scelta con opportune motivazioni. In Italia la connessione tra malthusianesimo ed ecologismo fu realizzata dal Club di Roma.

Il Club di Roma ufficialmente…

Secondo Gianfranco Bologna (responsabile per anni di WWF Italia), il Club di Roma, come spiegato dallo stesso fondatore Aurelio Peccei (1908-1984) nel libro La qualità umana (1976), e dal padre dell’ambientalismo italiano Giorgio Nebbia (1926-2019), aveva come scopo «quello di dar vita a una sorta di think-tank informale, libero e indipendente, dedicato a stimolare il dibattito sulle complesse dinamiche e sulle interconnessioni esistenti tra i sistemi naturali e i sistemi sociali, tecnologici ed economici creati dalla nostra specie e sulle loro prospettive di evoluzione futura» (G. Bologna, Manuale della sostenibilità, Edizioni Ambiente, 2008). Ma alcuni autori hanno fornito versioni differenti.

… e non ufficialmente

Nel suo saggio inchiesta del 1976, noto come The Rockefeller file, Gary Allen scrisse che Il Club di Roma fu ufficialmente varato presso Villa Serbelloni di Bellagio, della Fondazione Rockefeller e che lo studio The Limits of Growth, richiesto e sponsorizzato dagli stessi Rockefeller, si basò su dati demografici deformati e manipolati, tanto che Wilfred Beckerman, professore emerito di economia politica presso l’Università di Londra, arrivò a definire il testo «uno sfacciato esempio di sfrontatezza». Secondo alcune fonti, la manipolazione dei dati fu confermata anche da Peccei, anni dopo. In Conspirators’s Hierarchy: The Story of the Committee of 300, John Coleman, agente segreto probabilmente con nome di copertura, parlò di una correlazione fra il Club di Roma e il cosiddetto Comitato dei 300 (fondato nel 1729 da banchieri e aristocratici britannici e italiani e ispirato alla The East India Company, pensato per controllare il traffico dell’oppio indiano), interessato, in tempi più recenti, a monitorare il surplus population ovvero l’eccesso di popolazione.

Tra verità e propaganda ecologica

David Rockefeller

Indubbiamente è difficile orientarsi tra complottismo ideologico e verità. Ma qualcuno può involontariamente aiutarci. In un recente articolo in difesa di Peccei, lo scrittore cancrista Bruno Sebastiani, nel tentativo di difendere il fondatore del Club di Roma dalle accuse rivoltegli in merito all’incoraggiamento di una prospettiva eugenetica di selezione degli esseri umani in favore di una maggiore sostenibilità economico-ambientale, riporta alcuni brani del libro Cento pagine per l’avvenire (1981), in cui Peccei stesso definiva il fenomeno della sovrappopolazione come «metastasi cancerosa», affermando che: «È dunque in uno slancio di creatività eccezionale o in un momento di smarrimento che la Natura produce la sua ultima grande specie, quella cui abbiamo dato il nome di homo sapiens? È questi il suo capolavoro, o invece non è che un refuso sfuggito al controllo della selezione immediata, oppure ammesso con la condizionale nel grande flusso della vita?” (p. 56), brano in cui la parola «selezione» emerge con tutta la sua carica eugenetica, che Sebastiani definisce, morbidamente – e incredibilmente – come un’eccezionale irrequietudine intellettuale dell’autore.

Noi: refusi della Natura

Prins Bernhard e Alexander King (26 november 1987)

Ma se l’uomo eccedente è un «refuso della Natura», che altro potrà l’umanità se non prenderne atto e «[…] compiere uno sforzo supremo, eroico, lottare psicologicamente contro se stessa.»? (p. 177). Sebastiani paragona, inoltre, «L’avventura umana di Peccei» con quella di Alan Gregg (1890-1957), noto fiancheggiatore (è il caso di dire) della Fondazione Rockefeller, il quale, in una celebre intervista del 1954, definì l’essere umano cancro del Pianeta, affermando che «Dire che il mondo ha il cancro e che la cellula cancerosa è l’uomo non ha né prove sperimentali né la convalida dell’accuratezza predittiva; ma non vedo alcuna ragione che impedisca di scartare a priori una tale ipotesi». L’uomo era per Gregg il cancro da estirpare, almeno alcuni uomini, onde evitare «La distruzione delle foreste, l’annientamento o la quasi estinzione di vari animali e l’erosione del suolo conseguente al sovrapascolo», spingendosi fino a definire la colonizzazione dell’emisfero occidentale come «metastasi della razza bianca».
Verità storica, tesi fantasiose, complottismo, cancrismo o ambientalismo eugenetico? Sicuramente Alexander King e Bertrand Schneider, rispettivamente fondatore e segretario del Club di Roma, avevano le idee chiare quando scrissero: «Nella ricerca di un nuovo nemico comune che ci unisse, ci venne l’idea che poteva servire a tale compito l’inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d’acqua, la carestia e simili… Ma designando queste cose come il nemico, cadiamo nella trappola di scambiare i sintomi per le cause. Tutti questi pericoli sono causati dall’intervento umano […] Il vero nemico, quindi, è il genere umano in sé» (The First Global Revolution, 1991, pagine 104-105).

Continua…

Bibliografia

  • Limits to Growth: A Report for the Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind, 1977.
  • Alexander King, Edward Jay Epstei, The First Global Revolution, 1991.
  • John Coleman, Conspirators’s Hierarchy: The Story of the Committee of 300, 1976.
  • G. Bologna, Manuale della sostenibilità, Edizioni Ambiente, 2008.
  • Thomas Robert Malthus, Saggio sul principio di popolazione, Einaudi, 1997.
  • Philippe Braillard, L’impostura del Club di Roma, Presses Universitaires de France, 1982.
  • Gary Allen, The Rockefeller file, 1976.
  • Aurelio Peccei, La qualità umana, Castelvecchi, 2014.
  • Aurelio Peccei, Cento pagine per l’avvenire, Giunti – Slow Food Editore, 2018.
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