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Il cambiamento è anche nelle parole, nella costruzione delle frasi, nella sintassi. Tutto passa attraverso il linguaggio.
[
Gianroberto Casaleggio, fondatore e guru del M5S]

In una conferenza del 1977, tenuta durante la lezione inaugurale in occasione dell’assegnazione della cattedra di Semiologia al Collège de France, il linguista strutturalista Roland Barthes (1915-1980) affermò: «la lingua è fascista», il che portò, piuttosto rapidamente, a dare forza alla politicizzazione della parola. Il concetto espresso fu quello di striscianti forme ideologiche capaci di annebbiare la libertà in modo subdolo e di insinuarsi laddove non possono essere immediatamente avvertite: nelle parole, nelle strutture linguistiche, nell’espressione linguistica e che diventano, dunque, motivo di discriminazione di questa o di quella categoria. Da qui emergono chiaramente concetti e battaglie politiche molto attuali: l’uso del maschile o del femminile, la scrittura inclusiva, la riscrittura dei classici in termini di decostruzione dei valori ritenuti troppo maschilisti o patriarcali, le versioni semplificate – o meglio minorate – e spesso trasformate dei grandi classici; perché la lingua va aggiornata.

Linguaggio e potere

George Orwell

Barthes definì «discorso di potere ogni discorso che dà origine al senso di colpa», e specificò che l’oggetto nel quale «si inscrive il potere di ogni eternità umana è: il linguaggio, o per essere più precisi, la sua espressione obbligata: la lingua».
Ma la questione è meno pacifica di quanto non sembri, e per molti studiosi la decostruzione del linguaggio rientra nel tentativo di propagandare la cultura post-moderna, volta soprattutto a decostruire la tradizione e i valori tradizionali, per ricostruirli in chiave del tutto rinnovata, eticamente nomade e postmodernista. Michel Onfray fa notare come spesso oggi le storie scritte, o riscritte, per i bambini subiscano un radicale impoverimento: «sostituendo il passato remoto con il presente, impoverendo il vocabolario, accorciando le descrizioni», e che dietro la decostruzione linguistica ci sia anche un altro fenomeno culturale ovvero la sparizione di «tutte le informazioni e le indicazioni che potrebbero farci pensare che la vita non è che un lungo fiume tranquillo o che potrebbero renderci edotti sulla verità della natura umana. […] va anche eliminato tutto quello che non rientra nei campi sociali alla moda» (Michel Onfray, p. 189).

Lettori minori

Non esistono più roghi per i libri, ma sono stati «decostruiti» i lettori. La memoria come virtù, la tradizione linguistica, il linguaggio dei padri, la mnemotecnica sono, per Victor Segalen, la base della civiltà, tanto da affermare che l’inizio della fine di una civiltà è la perdita della memoria delle parole, la preservazione del linguaggio, come valore e come simbolo, oltre che come forma di comunicazione. Se la lingua è espressione di potere, come ebbe a dichiarare Barthes, allora non è solo uno strumento di comunicazione, ma anche un qualcosa che permette di ragionare, riflettere, pensare, intendere e speculare. Diminuirne la forza e il valore vuol dire ridurre anche la forza del ragionamento individuale e, dunque, collettivo.

La Novalingua

Il lupo vestito da agnello, blasone della Fabian Society

Lo scrittore George Orwell (1903-1950) dedicò molta attenzione al linguaggio come marca dei totalitarismi, esprimendo il proprio pensiero in merito in romanzi come 1984 e La fattoria degli animali, nei quali criticò non solo le dittature in termini generali, ma anche i metodi della Fabian Society, della quale pure era membro. La nota società londinese fondata nel 1884 da eminenti economisti, aristocratici e intellettuali fu in realtà un movimento politico, il fabianesimo, destinato a giocare un ruolo di primo piano nella storia sociale del Ventesimo secolo, fino ai nostri giorni.
Oggi come allora, il fabianesimo, pur che i dovuti cambi di strategia, è una dottrina di stampo socialista collettivista, che mira a riformulare e rimodellare le strutture politiche e sociali globali con un programma di lungo corso, fatto di lenti e modesti cambiamenti, imponendo il New World Order. Orwell ne fece parte, ma, come detto, ne criticò i metodi, fra questi il piano di modificare il linguaggio arrivando a alla «Novalingua».

Madre nostra…

La giornalista e saggista Dale O’Leary, sottolinea come lo sforzo ideologico di modificare la lingua in termini di inclusività e uguaglianza di genere stia condizionando il modo di pensare e vivere, entrando nel quotidiano. L’esempio è quello della versione del Nuovo Testamento recentemente edita dall’università di Oxford, in cui alla frase «Figlio dell’Uomo» è stato sostituito «umanità», ogni riferimento alla «destra di Dio» è stato depennato per non escludere i mancini e la parola «oscurità» non viene più utilizzata in termini negativi per non offendere le persone di colore. Soprattutto al termine Padre è stato sostituito il più paritario Padre-Madre, per andare incontro alla necessità di distogliere l’attenzione da un Dio che sia solo Padre (quindi maschio) e aprire all’idea che esista una Dea-Madre, evitando così il sessismo tipico della cultura patriarcale (Dale O’Leary, p. 23).

Continua…

Bibliografia

  • Roland Barthes, Leçon. Texte de la leçon inaugurale prononcée le 7 janvier 1977 au Collège de France, Le Seuil, 2015.
  • Dale O’Leary, La guerra del gender, Rubettino, 2017.
  • George Orwell, 1984, Penguin, 2008.
  • George Orwell, La fattoria degli animali, Penguin, 2008.
  • Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie, 2020.
  • Victor Segalen, Le parole perdute, Jaca Book, 1982.
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