Fra i pensatori cosmisti, Fëdorov fu il più esplicito nel respingere qualunque connessione con l’esoterismo, eppure il suo pensiero, come quello degli altri cosmisti, si fonda in gran parte sugli insegnamenti esoterici.
[George M. Young]

Konstantin Tsiolkovsky (1857-1935), uno dei padri dell’astronautica sovietica, fu autore di diversi progetti di astronavi spaziali (anche per il recupero delle polveri degli Antenati). Fu uno dei più ardenti «discepoli» di Fëdorov.

Nella sua opera più nota – e fondante rispetto al Cosmismo – Nikolaj Fëdorov (1829-1903) espose le sue tesi cosmologiche, addentrandosi in una dimensione esoterica. Si tratta de La filosofia dell’Opera Comune (1903), in cui il filoso russo descrisse una sorta di trasformazione della Terra da magnete naturale a elettromagnete, con il conseguente controllo dei fenomeni atmosferici da parte dell’uomo, soprattutto grazie a una «gabbia di cavi elettrici» a circondare interamente il pianeta. L’utilizzo dell’energia elettrica come forma di controllo, così come la espose Fëdorov, conquistò perfino Lenin (1870-1924), che negli anni Venti pronunciò la famosa dichiarazione: «Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese» (B. G. Rosenthal, p. 124). È forse possibile evitare di pensare a quanto oggi siano centrali le argomentazioni climatiche (ed energetiche) più che per il valore in sé per l’influenza che tali questioni hanno nell’ambito politico? Ma andiamo con ordine.

La riesumazione cosmica

Il progetto del filosofo federoviano non si fermava a un qualcosa di prettamente scientifico o fantascientifico: egli si spinse oltre, immaginando che l’Opera supportasse la «resurrezione degli antenati», principalmente mediate un meticoloso lavoro di ricostruzione delle salme e dei resti. In particolare, per Fëdorov il compito degli astronomi, formati per assumere un ruolo preciso e consapevole all’interno dell’Opera, avrebbe dovuto essere quello di rintracciare «gli atomi dei defunti» ormai dispersi nell’intero Cosmo, quello degli archeologi avrebbe dovuto condurre a una riesumazione di quanto rimasto sul pianeta; e altri scienziati, a diverso titolo, avrebbero invece dovuto recuperare «le individualità dell’anima di ognuno».

Il rodstvo

Leo Tolstoy con Nicolas Fedorov e Vladimir Solovyov in un immaginario dipinto del pittore russo Pasternak

Tale operosa raccolta dei «resti» sarebbe stata possibile grazie al fatto che ogni particella di materia dell’universo andava considerata, nell’idea del filosofo, come fosse una sorta di contenitore di pulviscolo disperso di uno o anche di più antenati. Misteriose e ancestrali vibrazioni avrebbero poi consentito il manifestarsi del rodstvo (affinità, parentela, legame) che avrebbe permesso a ciascuno di identificare un antenato come proprio: «Il riverbero e il tremolio (vibrazione) di cui le molecole e il pulviscolo dei morti non sono incapaci […] tale riverbero e tremolio troverà risposta in una eco nel fremito delle particelle negli esseri viventi connessi mediante parentela» (Antoine Faivre, 2012). Sembra quasi che Fëdorov si affidasse, in queste considerazioni, all’intuizione di un DNA esoterico, che egli individuò quale mezzo per connettere i vivi e i morti e attuando la resurrezione degli antenati. La stessa concezione «progettiva» dell’universo, ovvero non soggettiva e neppure oggettiva, ricorda le mediazioni immaginative dell’esoterismo, qualcosa che permetteva all’uomo di progettare la ri-creazione del Cosmo, usando come «portali creativi» delle immagini sacre, che diventavano così «modelli per la trasformazione della carne da mortale a immortale».

La «patrificazione»

Attingendo alla religione cristiana ortodossa, Fëdorov ripropose una versione scientifica delle preghiere, come ad esempio il «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», trasformato – e trasferito – nell’atto di controllare il clima, le piogge e, dunque, il pane alla sua origine. Un atto umano e non divino. Postulò la «liturgia fuori dalla cattedrale» come risposta alla «liturgia dentro la cattedrale», immaginandola come una «benedizione» che potesse portare a compimento la trasformazione del Cosmo e la risurrezione degli antenati e che egli definì anche «patrificazione», intendendo con questo che mediante questa «religione scientifica» i figli avrebbero dovuto restituire la vita ricevuta dai padri, agli stessi padri defunti, riportandoli in vita, all’interno di un sistema nuovo, rigenerato e controllato, in cui l’uomo e la Natura avrebbero dovuto trovare equilibrio e armonia assoluti, compiendo così l’Opera comune.

Il ruolo delle religioni orientali

Come molti altri intellettuali esoterici europei, anche il filosofo russo rintracciava nelle religioni orientali una purezza originaria realmente degna di culto, in particolare lo zoroastrismo iranico, a suo dire, offriva già un’idea antesignana dell’Opera comune, nel suo Frasho kereti (Bella opera), inscenante la lotta ancestrale dell’uomo contro la morte, la cui sconfitta sarebbe avvenuta solo nella concorde azione degli uomini. George M. Young riferisce che «Fedorov ha un debito non riconosciuto nei confronti dei massoni, e dei rosacrociani del XVIII secolo, nonché nei confronti di altra letteratura occultistica e alchemica». Il progetto di resurrezione mediante la ricostruzione del mondo, cardine dell’Opera comune, era analogo all’opera massonica di ricostruzione del sé, così come la trasmutazione della materia era sovrapponibile alla trasmutazione alchemica del sé.

L’Immortalismo culturale

Il cuore dell’impresa cosmista, varata filosoficamente da Fedorov, doveva consistere, quindi, in un atto prometeico, volto alla creazione di un mondo nuovo «in cui ogni aspetto della vita umana fosse trasfigurato» (G. M. Young, p. 165). L’influenza di Fëdorov fu immensa, generando anche la concezione esoterico-scientifica nota come Immortalismo culturale: la ricerca di una forma di vita eterna totalmente avulsa dal concetto di Aldilà ultraterreno, in cui conciliare la resurrezione degli antenati e il riformismo sociale. L’Immortalismo pervase le opere degli intellettuali, artisti, scienziati russi già dai primi anni del Novecento. Non di rado si individuano temi che conducono a una visione dell’immortalità dell’uomo slegata dal suo valore trascendentale e legata piuttosto a quello prometeico di rinascita e trasformazione.

Lenin l’immortale

La salma di Lenin e i suoi «discepoli»

Nella poesia I dodici di Aleksandr Blok (1880-1921) un gruppo di rivoluzionari armati veniva guidato da Gesù Cristo «che innalza la bandiera rossa, invulnerabile ai proiettili»; anche Vladimir Majakovskij (1893-1930) esaltò l’immortalità dei Soviet e, inoltre, lo stesso slogan legato all’imbalsamazione della salma di Lenin «Lenin visse, Lenin vive, Lenin vivrà», proclamato a ripetizione presso il suo Mausoleo, fu un chiaro inno immortalista. Si trattò di un concetto di immortalità «rivoluzionaria», più che rivoluzionario, cui giungere attraverso la scienza e la pratica esoterica, escludendo la fede intesa in modo del tutto tradizionale e limitante per l’Uomo nuovo: il mito andava superato. Così, «se Cristo era il primogenito delle risurrezione mitica, Lenin, […] sarebbe stato il primo risorto della scienza» (G. M. Young, p. 220), motivo per cui i suoi «discepoli» lo vollero imbalsamare e preservare da quella morte che andava, a ogni costo, sconfitta.

Continua…

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Leggi anche: Magia, politica e immortalità: il Comunismo magico

Bibliografia

  • Bernice Glatzer Rosenthal, New Myth New World: From Nietzsche to Stalinism, University Park, Pennsylvania State University Press, 2002.
  • Francesco Dimitri, Comunismo magico, Castelvecchi, 2004.
  • M. A. Iannaccone, Il cervello di Lenin e il cosmismo: arte della negromanzia, Ass. Cultutrale Lidenbrock.
  • George M. Young, I cosmisti russi. Il futurismo esoterico di Nikolaj Fedorov e dei suoi seguaci, Tre Editori, 2017.
  • Dolcetta M. Témoiage. Occultisme et communisme, autour de Lénine ete de l’Institut du cerveau, in A.A.V.V., Esotérisme ete socialisme «Politica hermetica», n-5, 1995.
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